Ritorno di Dioniso - Musica e rivoluzione culturale (Il)

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Contenuto

«Il ritorno di Dioniso Musica e rivoluzione culturale», 240 pagine, euro 25,00, è  un testo fondamentale, dedicato al rapporto tra musica e rivoluzione e che muove dall’ideale classico e cristiano della musica quale espressione dell’armonia del mondo. Come già sapeva Platone, la musica può anche essere piegata ad usi innaturali, affinchè manifesti e diffonda la disarmonia, la dissonanza e quindi la «rivoluzione». Ed è ciò che accadde quando Wagner e Nietzsche impegnarono il dramma musicale nella causa della rivoluzione dionisiaca.

Prima della fine del secolo diciannovesimo, la «trasvalutazione dei valori» predicata da Nietzsche sedusse le élite culturali, con le sue «avanguardie», causando una vera e propria catastrofe: l’abbandono della millenaria teoria dell’«harmonia mundi» in favore della dissonanza. La musica rock sarebbe stata poi eletta a «medium» adatto a propiziare quei cambiamenti di mentalità che erano stati ardentemente sognati dalle élite sedotte dalla rivoluzione dionisiaca.

Questo avvenne in particolar modo negli Stati Uniti dove, agli inizi del XX° secolo, ha luogo la corruzione dell'alta società atlantica (bostoniana) attraverso il primo jazz e i suoi ritmi lascivi, di cui Nietzsche - grande estimatore della musica tribale africana (a detta sua perfettamente adatta a veicolare la dissoluzione) - fu in qualche modo ispiratore e scopritore.

«Il ritorno di Dioniso» è anche uno studio sull’ideologia rivoluzionaria di Wagner, di Nietzsche e di coloro che ne seguirono la via, come Schönberg, Adorno, Thomas Mann, Aleister Crowley, Charles Manson, Mick Jagger, per arrivare fino ai nostri giorni.

L'autore


Michael E. Jones è un pensatore cattolico di Filadelfia (Pennsylvania), nato nel 1948 da una famiglia di origini tedesche ed irlandesi. Come biografo del cardinale John Krol (1910-1996) ebbe accesso ad un grande giacimento di documenti conservati negli archivi arcivescovili, documenti che gli svelarono aspetti sconosciuti ed allarmanti della storia culturale americana. Quell’esperienza di studio lo convinse che gli Stati Uniti erano da tempo teatro di una politica statale anticattolica, appoggiata sia dalla destra cosiddetta conservatrice che dalla sinistra liberal. Osservò le analogie con eventi passati, accaduti nelle nazioni europee, come per esempio il «Kulturkampf» tedesco.

A partire dai primi anni Novanta dedicò pertanto le sue energie allo studio delle guerre culturali («culture wars» e «culture revolution» sono termini chiave nell’opera di Jones) scatenate contro il cattolicesimo, la sua visione del mondo e contro tutto ciò che gli intellettuali della destra di un tempo definivano «tradizionale».

L’opera di Jones, sviluppatasi con gli strumenti del pensiero cristiano classico, di straordinario spessore culturale, lucida, profonda ed originale nella critica alla società secolarizzata, esce a quel punto dai confini nazionali statunitensi per comprendere ogni parte del mondo «occidentale» e l’intera «civiltà dello spettacolo».

Jones mette a punto un suo metodo caratteristico [che è insieme moderno e antico, ma poco usato oggi dopo che s’è imposta la convinzione che la vita sia staccata dal pensiero, che il pensiero di un intellettuale non abbia alcuna relazione con la sua vita morale, che la vita di un pensatore sia irrilevante per spiegarne le idee]: studiare cioè la biografia di intellettuali influenti rapportando la loro opera, le loro teorie, le loro idee, con le passioni che dominarono le loro vite. Già Agostino nella «Città di Dio» scrive che tutti dobbiamo scegliere: subordinare i desideri alla verità o viceversa. Gli intellettuali devono fare questa scelta come tutti. Nel primo caso, lo studio della loro biografia risulta irrilevante. Nel secondo caso è fondamentale.

Jones sostiene che le idee rivoluzionarie spesso sono la razionalizzazione di conflitti personali, di conflitti di carattere morale, e che l’idea rivoluzionaria sia il modo di affrontare e di superare quei conflitti rompendo con i precedenti sistemi di valori. I personaggi sui quali Jones ha applicato questo metodo di analisi sono soprattutto quelli appartenenti alle generazioni che vanno dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Quaranta del Novecento e che hanno ridefinito i canoni del gusto occidentale. Ciò che li accomuna tutti è il desiderio di sottomettere i valori, soprattutto quelli religiosi, ai loro desideri.

Così lo studio delle loro scelte, dei loro modi di vivere, è diventato il modo migliore per spiegare le loro teorie. Che, in molti casi, sono la razionalizzazione, quasi la giustificazione a posteriori, dei loro comportamenti. E se la cultura si stacca dal modello della «Città di Dio», deve ovviamente adottare quello della «Città dell’Uomo». La legge dell’amore e del servizio è sostituita da quella del dominio sugli altri.

Ciò avviene in modo chiaro per Nietzsche, Wagner, Jung, Kinsey, Adorno, Schönberg, Picasso e Gropius. Jones riafferma l’esistenza di una morale naturale il cui codice permea profondamente l’essere umano, e che viene ulteriormente confermato dalla Rivelazione cristiana. Anche coloro che negano l’esistenza di tale morale percepiscono un oscuro senso di colpa che li costringe a razionalizzare i propri impulsi inventando teorie (sociali, psicologiche, artistiche, filosofiche) a giustificazione delle proprie debolezze. I risultati delle analisi biografiche e intellettuali di Jones, un «moralista» nel senso alto e nobile del termine, sono sorprendenti, spesso illuminanti.



Anno:  2009
Autore:  Michael E. Jones
Pagine:  240


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