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Cristo dei barbari (Il)
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88-372-1452-9 | | €10,33 |
Legenda:
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Disponibilità |
Contenuto
Avevano compiuto scorribande in Oriente e in Occidente, erano diventati il terrore non solo dei mari ma di tutti i corsi d'acqua navigabili; il loro nemico più temuto erano le intemperie e forse, in parte, per questo motivo capiscono non soltanto di aver a che fare con un Dio padrone degli elementi naturali, cosa quasi scontata, ma soprattutto con un Dio che non li avrebbe mai traditi, tanto meno nel momento del pericolo di tempeste e di annegamento.
Non si ha notizia di commenti a proposito dell'episodio evangelico in cui il Signore Gesù seda la tempesta (cfr. Mt. 8, 23-27; Mc. 4, 39-41; e Lc. 8, 22-25), eppure i vichinghi, detti così perché andavano commerciando di vicus in vicus, di mercato in mercato, vedono in Cristo un drengr gódr, un buon "confratello", un eccellente "fratello giurato", un ottimo compagno di viaggio, un marinaio valente da imbarcare con loro durante i lunghi trasferimenti che li portano dalle coste europee fino in Asia.
L'ipotesi storica è di Régis Boyer, docente di lingue, letterature e civiltà scandinave nell'Università di Parigi-Sorbona e direttore dell'Institut d'Études Scandinaves presso lo stesso ateneo.
Nato nel 1932, ha insegnato in Polonia, in Islanda e in Svezia; traduttore di numerosi antichi racconti degli scaldi nonché di testi letterari scandinavi anche recenti, ha pubblicato altrettanto numerosi studi, fra i quali sono reperibili in italiano La vita quotidiana dei Vichinghi (800-1050) (BUR Rizzoli, Milano 1994) e Approccio antropologico al sacro (Jaca Book, Milano 1992).
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